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Il vino nel Veneto, noti storiche

Non è esagerato affermare che il nostro paese, assieme alla Francia, sia stato un modello mondiale per la cultura del vino, la sua produzione costante nel tempo e la sua diffusione planetaria. Come altri aspetti della nostra civiltà, la posizione della penisola italica nel Mediterraneo, il clima e i terreni hanno favorito la  crescita spontanea della vite e infatti proprio negli insediamenti palafitticoli del Garda, del Lago di Fimon nel vicentino sono stati ritrovati dei vinaccioli risalenti a Neolitico, come uso alimentare dell'uva spontanea (Vitis Sylvestris). 
Nel Veneto, le prime tracce di coltivazione della vite risalgono all'epoca dei Paleoveneti o degli Etrusco-Retici (7°-5° secolo a. C.), in particolare nel Veronese, nel Vicentino e nel Padovano, ma probabilmente anche ad Adria, mentre molto più scarsi sono i dati per il Trevigiano. Ancora dei vinaccioli attribuibili alla subspecie Vinifera, cioè di origine colturale, sono stati ritrovati in un insediamento risalente al 5° secolo ac prossimo a S. Pietro in Cariano, in Valpolicella.
E' da sottolineare che la vite occupava, da sola, quasi la metà della letteratura agronomica romana e Plinio nella sua "Historia Naturalis" cita "innumerevoli e infinite" le varietà coltivate di uva nel paese, anche se era costume da parte dei Romani portare nelle regioni colonizzate le colture più produttive o quelle più gradite, espiantando le varietà autoctone.
Tra i vini migliori cita "nel Veronese ancora i Retici, che Virgilio pospone al solo Falerno". Il vino Retico delle colline veronesi, secondo Svetonio, era particolarmente apprezzato anche da Augusto e veniva esportato anche nelle colonie germaniche.
Nel Veneto l'estensione dei vitigni era molto più inferiore dell'attuale, legata  perlopiù alla vocazione del terreno e al clima: si citava la Valpolicella e la Valpantena, le rive orientali del Garda, l'area pedemontana del vicentino, mentre la costruzione della via Postumia e della centuriazione nel 1° sec. dc contribuirono molto alla viticoltura nel Trevigiano e Veneziano.
Da Plinio si deducono inoltre le tecniche di allevamento, nell'uso di maritare la vite agli alberi autoctoni, come al pioppo, olmo, frassino, olivo a causa della chioma leggera, e nella pianura della "Venetia" si usava molto il salice, flessibile e così comune lungo i fossati. La cosidetta "piantata" deriva infatti da questa pratica, che caratterizzerà il paesaggio agrario regionale fino al '900.
Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente la viticoltura ebbe un impulso positivo solo dopo la conversione dei Longobardi al Cristianesimo, e durante il Medioevo i Benedettini ripristinarono  i vigneti dissodando i terreni già individuati dai Romani, ma anche alcune famiglie nobili dettero il loro contributo alla rinascita del prodotto, che verrano poi sostituite da altrettanti aristocratici di origine veneziana. Le cronache del XIV° sec. citano i seguenti vitigni: Garganega, Schiava o Slava, Durasena (o Duriciana), Groppello, Vernazza, Marzemina, Pinella, Varadua, Brumesca, Ribolla, Tremarina.