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Italics a Palazzo Grassi - Venezia

La mostra Italics. Arte italiana tra tradizione e rivoluzione dal 1968 al 2008, a Palazzo Grassi dal 27 settembre al 22 marzo 2009, è una panoramica sulla creatività di più di 100 artisti rappresentati da più di 230 opere che accompagneranno il visitatore attraverso l'arte italiana degli ultimi 40 anni. Italics ha l'ambizione di fa conoscere l'Italia come un laboratorio di grandi sperimentazioni, e non solo come una culla dell'arte. Le opere non sono disposte in modo cronologico, ma presentate attraverso incontri e dialoghi tra lavori diversi perché "l'idea della mostra è quella di far vedere le tensioni, i contrasti ma anche le similitudini fra artisti di generazioni diverse". E' un viaggio attraverso l'arte contemporanea italiana, quella messa in ombra dai rari e famosi nomi del nostro paese: e stavolta i protagonisti non sono i soliti Burri, Fontana, Guttuso, Schifano o Morandi, ma gli altri artisti che, esclusi dai grandi circuiti internazionali del mercato dell'arte, hanno spesso silenziosamente lavorato nel difficile tentativo di liberarsi della pesante tradizione artistica nazionale e seguire la rivoluzione culturale che proprio nel 1968 (spartiacque scelto per dare inizio al percorso di questa mostra) stava travolgendo il mondo. Difficile definire questo complesso evento, perché non è frequente ritrovarsi davanti a così tanti e diversi artisti italiani.

La frase giusta per capire di cosa tratta ITALICS la fornisce lo stesso Bonami: "ITALICS è il bello buttato nel frullatore insieme agli anni 70, il terrorismo, gli anni 80, Armani e Benigni, Ferrara e un paio di Veline. Per gustarlo ci vorrà una cannuccia larga. Per digerirlo il digestivo Antonetto di Nicola Arigliano."

Si passa dall'installazione All di Maurizio Cattelan, che affronta tragicamente il tema della morte con 9 salme in marmo allineate al suolo come in un obitorio, alle terre colorate di Mario Ceroli, alle "grotte" di carta della Grande Biblioteca di Baruchello, fino alle intramontabili sequenze di Fibonacci al neon di Mario Merz. Ascoltando attentamente le parole di Bonami, si comprende che l'apparente "disordine" che sembra mantenere le opere distanti semanticamente le une dalle altre, è in realtà un tentativo voluto per alimentare una discussione tra artisti che hanno diversamente interpretato il nostro tempo attraverso l'accostamento delle loro opere.

Sul Canal Grande si vede la scultura Autoritratto di Alighiero Boetti. È una fontana dove l'artista si bagna la testa e la testa fuma."È come se volesse raffreddare le idee, le tantissime idee che nella vita ha avuto". L'opera, oltre a una constatazione sulla creatività artistica, è anche una riflessione sulla realtà di Boetti, che muore per un tumore al cervello nel 1994, l'anno dopo la realizzazione di questo lavoro.

The cubic meter of infinity in mirroring cube è uno spazio disegnato da Michelangelo Pistoletto per Italics. Una stanza di specchi, con all'interno un cubo, un metro cubo di specchi. Tutto si specchia, lo spettatore, l'opera d'arte, lo spazio scompare. La storia scompare. E' conclusione e simbolo di quello che la mostra ha voluto essere: i punti di vista non sono unici, e nei tantissimi specchi non sappiamo quale sia la realtà e quale il riflesso.È solamente attraverso il nostro sguardo, la nostra immaginazione che l'opera si completa. L'attiva partecipazione dello spettatore fa parte della strategia di Michelangelo Pistoletto. Il suo obiettivo è di sciogliere i confini tra arte e vita.